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Scena Verticale presenta ITALIANESI di e con Saverio La Ruina
Esiste una tragedia inaudita,rimossa dai libri di storia,consumata fino a qualche giorno fa a pochi chilometri dalle nostre case.
10/11/2012

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Alla fine della seconda guerra mondiale,migliaia di soldati e civili italiani rimangono intrappolati in Albania con l’avvento del regime dittatoriale,costretti a vivere in un clima di terrore e oggetto di periodiche e violente persecuzioni.
Donne e bambini vengono trattenuti e internati in campi di prigionia per la sola colpa di essere mogli e figli di italiani. Vivono in alloggi circondati da filo spinato,controllati dalla polizia segreta del regime,sottoposti a interrogatori, appelli quotidiani,lavori forzati e torture. In quei campi di prigionia rimangono quarant’anni,dimenticati.
Come il “nostro” che vi nasce nel 1951 e vive quarant’anni nel mito del padre e dell’Italia che raggiunge nel 1991 a seguito della caduta del regime. Riconosciuti come profughi dallo Stato italiano,arrivano nel Belpaese in 365,convinti di essere accolti come eroi,ma paradossalmente condannati ad essere italiani in Albania e albanesi in Italia.
Premi e segnalazioni- Saverio La Ruina vince il Premio UBU 2010 come “Migliore testo italiano”.- Premio Hytrio alla drammaturgia 2010- Saverio La Ruina vince il Premio UBU 2007 come “Migliore attore italiano”.- Saverio La Ruina vince il Premio UBU 2007 come “Migliore testo italiano”.- Premio della Critica 2002- Testo di "Italianesi",finalista della 51° edizione del Premio Riccione per il Teatro.- Saverio La Ruina,nomination Premio UBU 2010 nella categoria “Migliore attore italiano”,per l’interpretazione dello spettacolo La Borto- Premio Ugo Betti per la drammaturgia XV edizione
Alcuni passi della stampa: Grande,grandissimo Saverio La Ruina,un condensato di bravura e di alto senso poetico,capace di condurre passo passo lo spettatore – per accenni,per piccoli gesti – dentro l’anima di un personaggio,come forse solo Eduardo e pochi altri hanno saputo fare
.iL SOLE 24 ORE: Renato Palazzi,12/02/2012Mi infastidiscono quelli che non vanno a vedere gli spettacoli,che non sanno nulla di ciò che accade nei teatri ma continuano a rimpiangere i bei tempi andati,quando c’erano i grandi attori,quando c’erano i grandi registi,quando si scrivevano dei testi che oggi invece,figuriamoci,te li sogni. Mi infastidiscono perché non è così,per diverse ragioni. In primo luogo,non è vero che il passato è sempre stato luminoso: c’erano grandi artisti, di sicuro,come ci sono sempre stati,ma c’era anche tanta produzione scadente,di puro consumo. E poi questo rimpianto di chissà cosa,di chissà chi impedisce loro di vedere gli autentici talenti del presente,che sono molti e che spesso hanno davvero poco da invidiare a quelli che si sono imposti in anni ormai lontani.Prendiamo,ad esempio,Saverio La Ruina,che è uno straordinario attore,ma anche un autore di altissimo livello,e un bravissimo organizzatore,capace di creare praticamente dal nulla – col suo compagno di lavoro,Dario De Luca – un festival importante come Primavera dei Teatri,in una cittadina calabrese lontana da tutto come Castrovillari. Se qualcuno ancora non lo conosce,deve sapere che Saverio si sta avviando a diventare un Eduardo dei nostri giorni,con la stessa acutezza interpretativa,con la stessa felicità nel racchiudere in una smorfia,in un’intonazione tutto il senso di un’intera vicenda,con lo stesso dono di attuare una scrittura finalizzata alla recitazione,ma perfettamente in grado di cogliere le più minute sfumature della vita (…)Linus – Renato Palazzi(…)Alla sua terza provo di monologo (dopo il successo di Dissonorata e più recentemente di La Borto,esplorazioni al femminile nei pregiudizi di tutti i sud d’Italia) La Ruina ci spiazza quasi,ripercorrendo la vicenda di alcuni Italianesi (oggi ancora all’India poi in tournée),ovvero coloro che prigionieri di guerra dall’epoca fascista,o loro discendenti,sono considerati «albanesi» in Italia e «italiani» dall’altra parte dell’Adriatico.
Un destino atroce e destinato all’infelicità. L’attore usa una lingua bellissima,un calabrese musicale che ogni tanto scopre degli spigoli,e fa iniziare il racconto della bolsa e sanguinosa manìa di grandezza del duce che voleva farsi un impero per lui e per l’imbelle Savoia. E l’ingenuità affettuosa delle creature narrate,non fa che render ancor più deliranti quei sogni. Che poi si tramutano in «campi»,di prigionia e concentramento per migliaia di italiani,finché l’intera Albania sarà un enorme territorio chiuso e blindato con tutti gli albanesi dentro,per i deliri di Hoxa. Tra genealogie ardimentose da seguire,particolari che suonano come pugni nello stomaco,e quella loro incrollabile ingenuità,i personaggi raccontati da La Ruina sembrano resistere ad goni smottamento. La vera voragine si apre nel loro cuore nel momento in cui cercheranno di riannodare i fili e le ascendenze della propria vita,fino allo sperduto paesino sardo dove abita il padre che fu soldato di spedizione in Albania. Ma poiché la vita non è una trasmissione di Maria De Filippi (per fortuna) quel figlio d’amore e di guerra sarà rifiutato,come un estraneo,e se ne tornerà a fare il sarto in Calabria dove altre parentele l’avranno portato. Una storia molto bella e robusta,scritta molto bene. E Saverio La Ruina è un raccontatore fantastico,discreto ma ineludibile con i suoi affondi. Resta ancor di più il dubbio su quale teatro sarebbe capace di darci,fuori dei suoi meravigliosi racconti.
Il Manifesto: Gianfranco Capitta,04/12/2011(..) La Ruina recita con la musicalità di un carillon,ma guardatelo alla fine,quando prende coscienza del suo sradicamento e pietrifica la dolcezza nei ripetuti “no”,“no”: magnifico.Osvaldo Guerrieri,01/07/2012La sua recitazione,già molto raccolta e minuta,procede in levare,si nutre di piccoli tocchi,cenni lievi del capo e della mano,che liscia invisibili grinze dell’animo e parla per gesti della solitudine degli ultimi. Il racconto è un sussurro,dove i ricordi affiorano carsici e subito riaffondano in una pena del cuore più mostrata che detta. È in questo grumo di parole sottovoce,nella ragnatela di microespressioni che La Ruina cattura i suoi spettatori/ascoltatori.
L’Unità: Rossella Battisti,21/12/2011Lo dice una signora,a fine spettacolo. Ha sfidato la neve per venire a vederlo perché Saverio La Ruina è « il più bravo di tutti,l’attore con la A maiuscola». E siccome stiamo parlando di un teatrante schivo,pudico,che arriva da una Calabria non proprio caput mundi dello show business,non c’è sospetto di fascinazione da star. La Ruina questa volta ci racconta uno di quei capitoli che lastoria rimuove: non è epico,non è eroico,non è funzionale alle narrazioni retoriche. […] Questa storiaccia ce la racconta Tonino il sarto […] Non alza mai la voce,Tonino,non urla e non inveisce,ma su quel corpo claudicante,su quelle mani che circoscrivono piccoli mondi pieni di strazio,su quel modo di procedere tra le pause,si disegnano tutta la disperazione e la dignità di un semplice al cospetto degli scherzi crudeli della storia. Il solito teatro civile di narrazione,penserà qualcuno. E invece no,l’esatto contrario: teatro e basta,quello di La Ruina. Maglioncino dimesso,pantaloni demodé,una sedia in uno spazio per il resto immensamente vuoto. Non gli serve altro per far agire l’urgenza del racconto,la potenza della lingua che riverbera un calabrese aspro e dolcissimo,la sapienza precisa dei silenzi,il cesello minuto del gesto,la polifonia dei ritmi,il coraggio della sottrazione per distillare la sfumatura impercettibile,quella che fa la differenza tra un semplice spettacolo e l’emozione di un rito condiviso.
La repubblica di Milano – Sara Chiappori,03/02/2012

SCENA VERTICALE // ITALIANESIdi e con Saverio La Ruina
musiche originali eseguite dal vivo Roberto Cherillo
disegno luci Dario De Luca;
direzione tecnica Gaetano Bonofiglio;
organizzazione Settimio Pisano;
produzione Scena Verticale;
con il sostegno di MIBAC | Regione Calabria

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