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Coronavirus, viaggio nel Canton Ticino: «Qui a un passo dalla Lombardia tra restrizioni adottate in ritardo e record di contagi»
A cura di Giovanni Runchina per il racconto dei sardi nel mondo

I fratelli Denis e Giancarlo Cubeddu, originari di Seneghe e residenti a Locarno, parlano dei ritardi nell'adozione di misure di contenimento efficaci. Il fenomeno delle migliaia di lavoratori frontalieri che ogni giorno arrivano dall'Italia, il pendolarismo è stato ridotto solo da qualche giorno

La stretta è arrivata appena qualche giorno fa: dal 24 marzo buona parte dei frontalieri italiani resta a casa, migliaia di persone che quotidianamente si spostano dall’Italia alla Svizzera per ragioni di lavoro. «Abbiamo l’impressione che le restrizioni per arginare il coronavirus siano state adottate con almeno 2-3 settimane di ritardo», raccontano Denis e Giancarlo Cubeddu, fratelli di 35 e di 37 anni originari di Seneghe che dal 2006 vivono a Locarno – nel Canton Ticino – dove lavorano rispettivamente come fisioterapista e autotrasportatore.

«Siamo a strettissimo contatto con la Lombardia con la quale confiniamo. Da noi è fortemente presente il fenomeno dei frontalieri; stiamo parlando di 70 mila italiani che ogni giorno varcano il confine per lavorare. Moltissimi arrivano dalla Lombardia che da due settimane è zona rossa. A questo si aggiunge l’abitudine degli svizzeri di andare a loro volta in Italia per fare la spesa, mentre gli italiani vengono qui a rifornirsi di carburante a costi decisamente più convenienti. Ci sembra che si tenga più all’economia che alla salute delle persone. Certo ci sono le eccezioni: l’azienda Schindler, famosa per gli ascensori e che ha sede a Locarno ha deciso già da due settimane di lasciare a casa tutti i 250 dipendenti, gran parte dei quali sono pendolari».

Proprio il Ticino è, allo stato attuale il cantone dove si riscontra il maggior numero di contagi. Secondo i dati forniti dall’Ufficio Federale della Sanità Pubblica (UFSP) e aggiornati al 23 marzo sono ben 1200 le persone che hanno contratto il coronavirus su 300 mila residenti totali. In tutta la Svizzera sono 8 mila su una popolazione di circa 7 milioni.

Cifre che – se destinate ad aumentare a ritmi sempre così sostenuti – rischiano di mandare in crisi il sistema sanitario, organizzato ma basato sul privato. «La Svizzera ha creato un sistema in cui tutti i domiciliati devono stipulare una assicurazione privata. Lo stato copre i costi di chi ha difficoltà economiche. La nazione è picccola ma ci sono tantissimi ospedali privati che però, generalmente, non hanno una grande disponibilità di posti letto in terapia intensiva. Tutto è comunque proporzionato al numero di abitanti per cui crediamo che a breve si andrà in difficoltà».

L’altro grande problema riguarda la comunicazione: «Ad oggi non abbiamo nessuna informazione su quello che riguarda il numero di mascherine e respiratori disponibili. È altrettanto vero che la Svizzera ha tantissime aziende che producono materiale sanitario e vanta pure le più grandi industrie farmaceutiche».

Sul versante economico, stando alle loro parole, le autorità hanno mostrato maggiore incisività: «La Federazione ha ideato una sorta di contratto collettivo di lavoro ridotto attraverso il quale si assicura sino all’80% della retribuzione a tutti coloro i quali non percepiranno lo stipendio a causa della pandemia».

Provvedimento che servirà un po’ dappertutto, in modo particolare nel Canton Ticino: «L’economia da noi sta andando male da tempo ma tutto viene coperto grazie all’ottimo stato di salute dei cantoni interni, in particolare quelli della Svizzera tedesca. In questo modo si riesce a tenere anche una certa immagine esterna. Le attività più colpite dal blocco sono quelle legate alla ristorazione e all’alberghiero. Per quanto ci riguarda i nostri datori di lavoro hanno deciso in autonomia e responsabilmente di ridurre al minimo l’operatività, al momento la scelta più saggia è quella di restare a casa»

Ma la serrata in Ticino sta creando un conflitto tra poteri: «Il Consiglio Federale ritiene questa decisione contraria al diritto superiore della Confederazione. Un problema non solo giuridico perché la chiusura, se ritenuta immotivata, non darebbe diritto al lavoro ridotto ad esempio agli operai dell’edilizia».

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