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Informazione, chiusure mirate e senso di responsabilità di ciascuno. Così la Svezia affronta il coronavirus e rifiuta il lockdown
A cura di Giovanni Runchina per il racconto dei sardi nel mondo

Il paese scandinavo va controcorrente come spiega il ricercatore sassarese Antonio Piras: «Popolazione e governo si affidano all'esperienza dell'epidemiologo Anders Tegnell». Una strategia che ha suscitato molte critiche

Rifiuto della chiusura totale, provvedimenti mirati e soprattutto libertà lasciata ai cittadini nella ragionevole certezza che i suggerimenti dati dalle autorità saranno seguiti per cui il senso di responsabilità non va imposto con misure coercitive. La Svezia va controcorrente di fronte all’emergenza Coronavirus. «La popolazione e il governo si affidano all’esperienza dell’epidemiologo Anders Tegnell che sta gestendo la situazione. In generale gli svedesi confidano nelle istituzioni e nelle autorità competenti. Raramente esprimono dissenso e accettano ogni loro decisione».

In poche righe Antonio Piras spiega la strategia adottata per combattere gli effetti del COVID-19. Il neurobiologo sassarese, da sette anni nel paese scandinavo dove lavora per il colosso farmaceutico AstraZeneca, fotografa quella che allo stato attuale è la strada intrapresa dal governo guidato dal primo ministro, Stefan Löfven.

Da sette anni in Svezia, prima a Stoccolma e ora a Göteborg, chiarisce che la situazione è in continuo divenire, le cose potrebbero cambiare rapidamente ma ad oggi con 870 decessi e 9685 contagiati non vi è traccia di ripensamento tra le autorità anche se non mancano perplessità e voci discordi. «Non sono epidemiologo e nemmeno virologo – chiarisce Piras – comunque da scienziato mi baso molto sui numeri ufficiali e le autorità competenti che rilasciano tali informazioni. Seguendo la situazione italiana e mondiale, le mie maggiori preoccupazioni sono legate al numero di morti. Così, a primo impatto, una riduzione del contagio è la strategia consigliabile. Molti scienziati sono contrari alla politica adottata e hanno scritto diversi appelli al governo e alle autorità competenti richiedendo misure di contenimento più adeguate sull’esempio di altri Stati, prima di arrivare alla situazione di crisi. Qui in Svezia tra l’altro vi è un basso numero di posti letto in terapia intensiva  e quindi il sistema sanitario non è in grado di sostenere un contagio di massa. La curva delle infezioni e la mortalità stanno assumendo dinamiche di crescita simili a quelle riportate in fase di pre-crisi in altri stati».

Attualmente il focolaio maggiore si è scatenato a Stoccolma e dintorni dove «la situazione sta costantemente peggiorando». Per il momento ci si affida all’informazione capillare in tv e sui social, alle decisioni assunte dall’epidemiologo Anders Tegnell e al senso di responsabilità delle persone. «Il primo ministro, circa tre settimane fa, ha dato alcuni suggerimenti che sembrano essere stati accolti dalla maggior parte della popolazione. Essendo in auto isolamento da 4 settimane, non conosco la situazione al centro di Göteborg. I miei amici e colleghi, mi parlano di mezzi pubblici completamente deserti, e di un flusso di persone di molto inferiore al normale».

Per quanto attiene i provvedimenti adottati, ci sono state alcune restrizioni: «Sono vietati gli incontri con più di 50 persone, si suggerisce di evitare i viaggi, le scuole superiori e le università sono chiuse, le altre restano aperte così come le palestre e le piscine. I ristoranti e i bar non possono effettuare servizi al banco ma solo al tavolo dove ci si siede a posti alterni per evitare la vicinanza. Gli stessi tavoli sono maggiormente distanziati. Si consiglia di non far visita alle persone considerate a rischio, malati e anziani oltre i 70 anni. Negli esercizi pubblici sono posizionati adesivi a terra per segnalare la giusta distanza. Non si vedono invece persone che indossano mascherine e guanti».

Libertà accordata anche alle aziende: «Lo Stato suggerisce di lavorare da casa, se è possibile, la strategia è sollecitare la responsabilità di ciascuno. La mia azienda, AstraZeneca, ha risposto prontamente al Covid-19 suggerendo e permettendo, ormai già da quattro settimane (ancor prima che lo Stato Svedese consigliasse azioni simili), di lavorare da casa senza nessuna modifica del contratto. L’accesso in sede è permesso solo al personale di progetti indicati come prioritari. Personalmente, seguendo l’evolversi della situazione italiana, ho deciso di auto-isolarmi un mese fa e di continuare la mia attività da remoto. Considerato che AstraZeneca ha sedi in tutto il mondo  e che abbiamo quotidianamente meeting  online, la transizione dall’ufficio allo smart-working non è stata traumatica. I meeting virtuali procedono con regolarità e senza nessun intoppo informatico. Inoltre l’azienda ci ha fornito tutto l’occorrente per stare a casa in comodità: monitor, tastiera, mouse e sedie ergonomiche. Regolarmente riceviamo email che indicano la posizione migliore da assumere e suggerimenti su come mantenere una produttività elevata dentro le mura domestiche. Infine per quanto riguarda gli aiuti e il coinvolgimento diretto nella lotta al virus, AstraZeneca offre la possibilità di dedicare il 33% del proprio lavoro ad azioni di volontariato legate allo stato di emergenza».

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