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La questione linguistica, 40 anni di proposte e dibattiti nei documenti del Consiglio Regionale
Nel suo ultimo libro “La lingua sarda nelle istituzioni” il giornalista Piersandro Pillonca analizza gli atti della massima assemblea e ricostruisce storia e contesto di un rapporto contrastato, tra slanci ideali, calcoli e pavidità

L’analisi del contesto. È il regalo prezioso che Piersandro Pillonca restituisce nel suo “La lingua sarda nelle istituzioni” (Edizioni Fondazione Sardinia) libro che, come specifica il sottotitolo, ripercorre Quarant’anni di dibattito in Consiglio regionale. Scritto con il rigore del cronista attento all’analisi delle fonti e la sensibilità dell’uomo di cultura fortemente impegnato nella diffusione e nella valorizzazione della lingua sarda, Pillonca rimane costantemente fedele al patto implicito stipulato con i lettori sin dalle prime pagine: scavare senza indugi con pazienza, metodo e imparzialità tra i documenti della massima Assemblea Sarda, atti delle Commissioni e dell’Aula, dedicati al tema della lingua sarda
Non una mera per quanto interessante cronistoria quanto, piuttosto, una ricca e articolata ricostruzione delle posizioni politiche dei singoli onorevoli e dei partiti rappresentati in Consiglio direttamente discendenti dagli avvenimenti storici italiani. Quel contesto fatto emergere con chiarezza dall’autore e necessario alla piena comprensione di determinate scelte fatte dalla classe politica sarda nel corso di oltre quattro decenni.
L’intento, pienamente raggiunto, è entrare nelle pieghe anche le più piccole del dibattito attorno alla questione linguistica, dibattito spesso ridotto a uno “stare intorno alla questione” per non affrontarne la sostanza, vuoi per debolezza o per calcolo. Cinque i riferimenti temporali: 1981, 1989, 1993, 1997, 2018 corrispondenti ai periodi nei quali il Parlamento sardo si è occupato di lingua sarda.
A ciascuno di questi momenti Pillonca dedica uno specifico approfondimento mettendo in fila atti delle Commissioni e decisioni dell’Aula e legando queste al clima politico-economico e sociale che si respirava nel Paese. E qui sta proprio la novità del contributo dato dall’autore che offre una chiave di lettura più chiara facendo emergere la stretta relazione tra quadro nazionale e locale. Con una costante che va oltre le coraggiose, evidenti ma quasi sempre sparse posizioni d’avanguardia dei singoli consiglieri, ossia l’incapacità della politica sarda di fare sintesi alta delle istanze provenienti dalla società civile.
E questo avviene anche nella fase più feconda dal punto di vista della qualità del ceto politico (Anni Settanta e Ottanta) e maggiormente favorevole sotto il profilo dei rapporti tra i partiti, in particolare con la forte affermazione del Psd’Az e la prima giunta regionale composta da sardisti e sinistra.
La lingua sarda, come emerge dai documenti analizzati, è argomento divisivo che fa trasparire sia profonde diversità di vedute ma anche un innegabile quanto progressivo scadimento della qualità delle argomentazioni dei favorevoli e dei contrari nel trattare il tema.
Sino ai primi Anni Novanta gli schieramenti si battevano con argomentazioni solide ma a partire da quel momento in poi, coincidente con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione successiva di molti partiti tradizionali spazzati via dallo scandalo di Tangentopoli, si assiste all’evidente caduta del livello dialettico all’interno dello stesso Consiglio regionale. Se la forza dell’appartenenza, del dover rendere conto di decisioni così importanti sempre ai propri referenti romani aveva progressivamente abbassato il livello d’ambizione legislativa dei decisori sardi per quasi due decenni, con lo sgretolamento dei partiti tradizionali e l’emersione di una nuova classe dirigente viene a galla il dramma di un Paese largamente orfano di preparazione politica.
I vari provvedimenti hanno quasi sempre scontato un peccato originale: l’incapacità di porre la questione della lingua sarda come elemento centrale dell’autodeterminazione e più in generale della questione identitaria. Ciò avrebbe comportato la messa in discussione del rapporto intercorrente tra la Regione Sardegna e lo Stato italiano. Tatticismi e pavidità impastoiano la lingua sarda sovente sacrificata sull’altare di convenienze e calcoli piccoli e grandi.
Assenza di coraggio che non ha impedito di compiere passi in avanti importanti sia sotto il profilo normativo – grazie anche ad alcuni provvedimenti statali come la legge 482 del 1999 sulla tutela delle minoranze e regionali come la legge 26 del 1997 – che sotto l’aspetto della qualità degli strumenti disponibili per la valorizzazione della lingua (sportelli linguistici, Ufficio della lingua sarda, adozione di uno standard nella scrittura, nuove iniziative editoriali focalizzate sulla lingua sarda).
Picchi di sensibilità e lungimiranza in un contesto generalmente poco sensibile all’argomento che rende purtroppo attuale l’ammonimento del grande intellettuale Francesco Masala, richiamato da Pillonca nelle righe finali: «A unu pòpulu li podes leare totu ma, si li lassas sa limba, custu pòpulu sighit a esistere. Si li lassas totu ma li leas sa limba, custu pòpulu no at a esistere pius».

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