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Rugby Femminile a Sassari: un bel surrogato di famiglia
Intervista alle ragazze dell'ASD Rugby Sassari
Sono andata a conoscere le ragazze della femminile di Rugby: mi hanno confermato che nello sport non conta il genere,conta solo che sei un atleta

Nella Clubhouse c’è aria di Natale. C’è chi ha fatto un piccolo alberello,addobbato con qualche pallina e fili colorati recuperati dagli addobbi familiari caduti in disuso.

Alle pareti un tabellone fai da te per segnare le presenze,qualche ritaglio di giornale a testimonianza delle "grandi imprese",molte foto e una bacheca di cimeli vari e trofei e quell’avvertimento affisso in bella vista dal sapore decisamente sassarese: "A fora li pindacci".

In un angolo Emanuela litiga con il suo pc per riuscire a proiettare sul grande schermo del televisore il filmato dell’ultimo concentramento. Appena ci riesce,si riuniscono tutte davanti alla tv,sotto la supervisione di Gianni che pregusta il momento in cui inizierà a bacchettare le sue ragazze:
"Perché eravate tutte lì?" tuona,mentre indica il gioco mal eseguito "Da questa parte non c’era nessuno,ecco vedete,l’avete lasciata sola… ecc ecc…"

Io mi metto da parte e le osservo. Non ribattono alle critiche o ai rimproveri. Vengono anche più volte provocate ma continuano a seguire attente,concentrate e diligentissime. Qualcuna prova a spiegare,gesticolando,un’azione ben riuscita: "Guarda,guarda era meta!".

La meta. Nell’immaginario collettivo questa parola è associata nello sport a omoni muscolosi e pronti a tutto. Ad alcuni,probabilmente,vengono solo in mente gli All Blacks belli e dannati,mentre intonano il cadenzato: "Ka mate – Ka mate". Invece,mi compiaccio di stupirvi dicendovi che sono andata a conoscere una squadra di rugby tutta al femminile,e non è stato necessario raggiungere la Nuova Zelanda. Le ho trovate a Sassari,semplicemente.
Come sono? Beh,alcune alte e slanciate,alcune no,alcune magre,rosse,brune,bionde,belle,alcune decisamente graziose,certe,direi,perfino stilose,abbronzate o chiarissime,mamme,mogli,sorelle,fidanzate,amiche,studentesse e lavoratrici. Insomma donne.

Chiedo subito: "Ma che significa giocare a rugby?"
Mi risponde Daniela,che ultimamente sfoggia con orgoglio un poderoso livido bluastro all’altezza dello zigomo destro (pare dovuto ad una ginocchiata mentre si rialzava da un’azione di gioco):
"Credo sia molto soggettivo. Io ho iniziato quasi per scommessa e mi sono ritrovata ad aver bisogno di questo sport che è condivisione e sostegno. So che in campo posso sempre contare sul supporto delle mie compagne".
"Per me è lasciare tutti i problemi fuori dal campo. Entri lì e tutto passa" mi dice Genny che è una mamma e,ovviamente,anche i suoi figli non possono fare a meno della palla ovale.

Poi ci sono le "fuori sede",le ragazze che sono in Sardegna per fare l’università e hanno trovato nella squadra "un bel surrogato di famiglia",come Alice Sanremese e Mariantonietta che arriva dalla Sicilia.

Effettivamente è proprio questo che si avverte: un senso di forte appartenenza,di condivisione di spazi e di momenti. "Un bel surrogato di famiglia" ripeto a me stessa,mentre Marilisa,il capitano,prende la parola e parla quasi con senso materno: "Non sapevo cosa doveva fare un capitano,allora mi sono sforzata di imparare a capirle,incoraggiarle,far sempre sapere che ci sono". Marilisa ha un viso talmente dolce e aggraziato che stenti ad immaginarla in una mischia di fango e colpi,eppure ha grinta da vendere.
E’ così perché forse devono fare i conti con i luoghi comuni che le proiettano verso sport meno "pericolosi" o meno "forzosi",proprio come accadeva a Letizia, che ora siede tra i dirigenti della società e da ragazzina combatteva la sua personale battaglia con chi non la voleva far giocare con i maschi: "Forse perché facevo meta e questo dava fastidio. Ero una femmina!"

La meta. Non hanno paura di farsi male per raggiungerla. "Poi impari anche a farti male" mi dicono.
"La prima volta che ho fatto meta,correvo come fossi inseguita dalla Gestapo".
Scoppia una fragorosa risata,immaginando la scena e mettendo in conto paura,angoscia,ansia di arrivare oltre quella dannatissima linea bianca.

"Chi se ne frega,se mi sporco,io mi trucco lo stesso" mi rivelano,ma io mi distraggo osservando Barbara dividersi tra le nostre chiacchiere,la gestione della Clubhouse e il suo piccolo Alessandro,che cresce tra placaggi,mischie chiuse e mark.
"Ale cos’hai staccato dal muro?"
Tiene in mano un ritaglio di giornale e lo guarda serissimo,poi me lo mostra e due occhioni vivaci mi dicono:
"Queta è una tus" (Touche,ndr).
Ale mostra con fierezza quell’azione di gioco del Rugby Sassari finita sul giornale.

"E’ pronta la pasta!"
Su una tavolata imbandita vengono posizionati fumanti manicaretti. Anche i ragazzi hanno terminato l’allenamento.
"Tutti a tavola!"

La meta. La meta è raggiungere l’idea che questa squadra è un bel surrogato di famiglia.

Maria Barca

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